Quando tua nonna non sa più chi sei

È una malattia senza pietà. Senza remore. Senza ritegno. Ingiusta. Si può chiamare Alzheimer, ma può avere anche infiniti altri nomi oppure può non averne affatto, ed essere così classificata come una generica demenza senile. Non sono la stessa cosa, certo, ma la devastazione che portano è la medesima.

Mia nonna ha cominciato a soffrirne più di 10 anni fa. Da otto è ricoverata, perché non poteva più camminare, dopo una classica rottura del femore e un’operazione andata male. Da allora non è mai stata abbandonata né tanto meno dimenticata, è vicino a casa e le sue due figlie vanno tutti i giorni a trovarla.

Io faccio una fatica immensa a stare con lei, ora. Ieri l’ho vista. Dopo mesi. È a letto, dorme. È mia nonna, ma non lo è. È un’altra mia nonna. Non è quella dei ricordi, non è quella che viene a trovarmi in sogno. O forse sì, solo che io non riesco a vederla nei suoi occhi e lei non riesce a comunicare. In fondo non parla. Ma se parlasse… non riuscirebbe a dire quello che vuole.

È in un mondo a parte ed è uno strazio non sapere nemmeno in che galassia si trova. Mi guarda ma non sa chi sono. Forse sa che dovrebbe riconoscermi ma non riesce. «Non fa niente, nonna, non fa niente». Posso solo baciarla sul naso e sulla fronte, sperando che lo riconosca come un gesto di affetto.

È lei che mi ha cresciuto, che mi ha consigliato, che aveva una risata così sincera e discreta che mi risuona ancora nelle orecchie. Rideva fino alle lacrime, a volte. Era un’amante della vita, ma di quella vita talmente preziosa e delicata che i sacrifici immensi che ha fatto per viverla non erano niente, per lei, che non si è mai lamentata. Mai, nemmeno una volta. Io al suo posto mi sarei depressa da subito. Lei mai.

Il suo motto era: «Canta che ti passa. Fai una bella cantata!». Me lo diceva sempre, fino a quando ha potuto. Perché forse non capiva una nipote così cupa e accartocciata su se stessa, così lontana dalla sua positività delicata, nonostante le batoste epiche che aveva avuto nella vita. Io, invece, ero solo una bamboccia viziata, ora lo so, ma lei mi ha sempre amato, mai giudicato, sempre consigliato.

E il devasto è cominciato lento. Lei lo sapeva che stava arrivando. E in quei mesi, prima che il devasto la travolgesse, per la prima volta l’ho vista crollare nella disperazione. Non aveva il controllo. Eppure… anche negli anni successivi era sempre lei. Magari diceva cose senza senso, ma sorrideva. Magari non poteva riconoscere realtà e finzione, ma era sempre gentile, delicata, affettuosa, mai invadente.

Quanto può durare un lento devasto? Infinito. Ora siamo nella fase in cui non sorride quasi più. Se sorride magari lo fa con sconosciuti, per un secondo. Non parla. Non canta più. Non cammina e non lavora, lei che ha lavorato fino all’ultimo, prima in fabbrica, poi nel suo orto. Non prega nemmeno più, lei che amava la sua religione più dell’aria che respirava. E io spesso non ho il coraggio di vederla. Forse sono rimasta la stessa bamboccia di un tempo. Chissà che cosa pensa di me.

Perché da qualche parte lei c’è. Lo so. Solo che non riesco a raggiungerla. Da anni. Allora canto io. Magari in silenzio, magari solo per me. Con delicatezza. Perché lei è la mia nonna delicata. Anche ora. E, ogni tanto, mi raggiunge nei sogni, per darmi qualche suo saggio consiglio. E io l’aspetto lì.

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29 pensieri riguardo “Quando tua nonna non sa più chi sei

  1. In questi casi c’è solo una cosa da fare. Tenere duro.
    Mia madre non mi riconosceva a causa di un’altra malattia, aveva 60 anni quando se n’è andata. Ogni 21 di Agosto brindo e festeggio la sua nascita….
    Brinda alla vita che lei ti ha insegnato ad amare.

  2. malattia orribile, vista su mia nonna.. Mi sono occupata di lei per qualche tempo da piccola.. Io di 12-13anni quando tutti erano al lavoro le tenevo compagnia per evitare che dimenticasse il gas aperto o facesse qualcosa di pericoloso. ogni cosa che le dicevo la scordava dopo 5 minuti, ma per qualche strano motivo sapeva ancora recitare le poesia a memoria che aveva imparato alle elementari e che alle 4 del pomeriggio dovevamo guardare i cartoni animati insieme. Purtroppo non era più la nonna che conoscevo ma fare la merenda insieme, nella casa in campagna e guardare i cartoni animati insieme è uno dei ricordi più teneri e a cui ripenso spesso.

  3. Ho letto il post e i commenti: mi avete commosso tutti. Non riesco a trovare le parole per esprimere i miei sentimenti. Ho avuto due zii che hanno avuto Alzheimer e purtroppo se ne sono andati. E’ stato uno strazio. Ricordo una zia che, per insistenza del marito, festeggiò le nozze d’oro quando, pur essendo fisicamente quasi a posto, a livello mentale era già in uno stato avanzato della malattia. Non riconosceva nessuno, non capiva cosa facesse ne’ alla messa e nemmeno al ristorante, però sorrideva a tutti. Fu una situazione imbarazzante per noi parenti ma lo facemmo perchè il marito ci teneva tantissimo: per lui era un ultimo atto di amore verso la moglie e anche una prova di normalità…
    Un abbraccio! Coraggio!

  4. Hai scritto in maniera commovente. Anche se non dovesse capire sono sicura che la tua nonna avverte l’amore che provi per lei. Si percepisce già da ciò che scrivi quindi ancor di più standole vicina.
    C’è un libro molto bello che ti consiglio “Io non ricordo” di Stefan Merril Block. Un abbraccio

    1. Grazie mille del suggerimento libresco 🙂
      Speriamo sia come dici tu, certo dovrei starle un po’ più vicina… Ora comunque non lascio passare mesi prima di tornare da lei. Grazie mille ancora, un abbraccio

  5. Non ho nulla da aggiungere alla delicatezza delle tue parole. Bia, canta… che lei non ti è vicina, ti è dentro… e lo sa che non sei una bamboccia, lo sa perché il tuo scritto è quello di un grande cuore di donna… e una carezza, io, te la lasciò lì… sul cuore.

  6. Non ci sono parole che possano spiegare quello che può suiccedere, anche mia nonna sta attraversando una fase in cui non è decisamente più lei, all’inizio ho lottato, mi sono arrabbiata, non lo accettavo, l’unica cosa che si può fare è cercare di esserci comunque, per lei e per noi stesse…. un abbraccio grandissimo

    1. Sì brava, è l’unica cosa che si può fare, un po’ con rassegnazione e un po’ con una forza interiore che bisogna coltivare… Un abbraccio forte

  7. a me che di nonni ne è rimasto solo uno, e gli altri li ho persi che ero ancora piccolina, queste parole toccano nel profondo. tante volte mi sono chiesta: e se succedesse questo al nonno, e se succedesse ai miei genitori (che avanzano con l’età verso quel “confine”), e se finisse per succedere a me? Dentro, saprei? Dentro, intrappolata, ricorderei, senza poterlo dire, senza poterlo “manifestare”? oppure, dentro, ci sarebbe solo quello stesso silenzio e quella stessa immobilità, quasi una benedizione se vuoi, che impedisce di dispiacersi troppo per quello che si è diventati, nottetempo, all’improvviso, senza rendercene conto. di tutte le malattie, questa è forse la più impietosa: che ti porta via i tuoi cari senza portarli via veramente, ma lasciando indietro solo un guscio vuoto, cui non possiamo rendere la giustizia della pace. un abbraccio Bia… un abbraccio forte

    1. Grazie carissima. Hai colto in pieno quello che sento. Il non sapere che cosa c’è al di là del silenzio spaventa tantissimo. Non si sa nemmeno se si soffre, fisicamente o emotivamente… Prigionieri dopo una vita. Il limbo.
      Spero non succederà mai a nessuno che conosciamo. Un abbraccino anche a te carissima :*

  8. Ho papà con me, con la stessa malattia. E’ un bambino che ti sorride quando lo carezzi e si stizzisce se vuoi portarlo da qualche parte. E’ uno strazio quotidiano, ogni mattina fai il conto di quello che resta, ed è sempre meno. Posso capirti.

  9. La mia bisnonna non soffriva di particolari malattie, credo solo che la lontananza da casa (era stata trasferita in una casa di riposo) le avesse un po’ confuso le idee.
    Personalmente, non amo molto certi posti, detesto pure gli ospedali, dunque non mi facevo vedere molto.
    Un giorno sono andata a trovarla e lei si è davvero accorta della mia presenza dopo circa mezz’ora dal mio arrivo. Mi ha chiesto se fossi la sorella di mia madre, che mi aveva accompagnato a trovarla: non mi aveva riconosciuto. E’ stato un colpo terribile per me. E’ brutto da dire, ma in un certo senso per me la mia bisnonna morì quel giorno. In realtà morì due anni dopo, ma quella fu l’ultima volta che la vidi.
    Ero molto più piccola di adesso e potrei dire che se una cosa simile succedesse ai miei nonni o persino ai miei genitori in futuro mi comporterei in modo diverso, cercherei di essere più forte, ma a volte ho paura che non ne sarei in grado.
    Ho sbagliato ad abbandonarla? Certo e ci sono momenti in cui me ne pento perché forse sarebbe bastato un po’ più di impegno da parte mia per cercare di ricordarle chi ero oppure per presentarmi a lei con una nuova identità, magari come una giovane qualunque che trascorreva il suo tempo con gli anziani di quel luogo come volontaria. Però ripeto, ero piccola, certe idee neanche mi venivano in mente.
    Il punto però è che credo pure che le relazioni siano basate su un certo tipo di riconoscimento: lei in me non riconosceva più sua nipote, io in lei non riconoscevo più quella bisnonna che mi aveva insegnato a giocare ai più svariati giochi di carte, da briscola a rubamazzo, quella bisnonna che osservavo mentre preparava le tagliatelle fatte in casa. Non ci riconoscevamo più in quel modo, io e lei. L’unica soluzione forse era imparare a conoscerci di nuovo, da capo. E’ questa la lezione che ho imparato, anche se spero di non doverla mai applicare in futuro.
    Grazie per aver condiviso qualcosa di così personale e per avermi fatto così ricordare quella bisnonna che avevo smesso di vedere, ma a cui non ho mai smesso di pensare.
    Un abbraccio.

    1. Grazie a te, mi riconosco in pieno nelle tue parole: bisogna imparare a ri-conoscersi nuovamente. Così era stato all’inizio per me e mia nonna, ma poi tutto peggiora sempre… e subentra un vuoto, anche se magari vuoto non è. E anche io vorrei trovare il modo e il coraggio per starle accanto di più. Grazie ancora, sono contenta di aver conosciuto un po’ la tua bisnonna dalle tue parole 🙂

  10. La nonna con cui sono cresciuta è rimasta lucida fino alla fine, una fine che non arrivava mai, che alla fine desideravamo per lei per non vederla più soffrire, all’epoca io avevo trent’anni e facevo fatica anche io a vederla così, mi sentivo inetta e priva di quelle parole che avrei potuto cercare per confortarla, mentre quella forte era sempre lei, a dispetto di tutto. E anche lei torna nei miei sogni e i segni della malattia non ci sono, restano solo i ricordi più dolci. Quelli che auguro anche a te, adesso e sempre.

      1. Non devi dartene una colpa..alla fine l’importante è che fai quello che ti senti tu.. se cerchi di fare “troppo”, cioè oltre quello che ti senti potresti solo fare peggio… Credo che tua nonna, anche se non te lo dice o non capisce, sia felice per il semplice fatto che tu ogni tanto vada lì a sederti vicino a lei. Se sapesse ogni minima cosa che pensi di lei, sarebbe sicuramente fiera di te.

  11. E tu che ne pensi, mi chiedi per invitarmi ad un commento. Penso che in parte capisco cosa provi, anche mia nonna, alla veneranda età di 91 anni non è più lei. Non ha fortunatamente nessuna malattia conclamata, ma anche lei si perde, dimentica, dice cose senza senso. Ed è triste starle vicino quando ormai non ci sente più, quando non capisce quello che dici o dopo poco lo ha dimenticato. Per quanto brutta sia la malattia credo che i nonni rimangano nel cuore per i loro insegnamenti, perché ci hanno mostrato che si possono superare ostacoli inimmaginabili e trovare la forza di andare sempre avanti. Ci hanno insegnato l’orgoglio di essere noi stessi. Un abbraccio

E tu che ne pensi? :)

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