E un giorno, per caso, i profughi della Libia

Quando la mia amica mi ha proposto di fare parte del suo progetto fotografico per un centro di accoglienza profughi vicino casa, mi sembrava una bella cosa.

09_48_are_f1_993_1_resize_597_334Quando sono andata al centro a conoscere questi “profughi”, per parlarci, per condividere i nostri pensieri, per incontrarci, mi è sembrata una cosa illuminante. Straordinariamente illuminante.

Non mi ritengo una narrow-minded, sono sempre stata piuttosto “sinistrorsa” e l’accoglienza mi è sempre sembrata una cosa buona e giusta. Come idea. Facendo volontariato con le donne migranti ho confermato questa mia idea ma conoscendo questi ragazzi, quelli che tutti abbiamo imparato a conoscere dai telegiornali come “profughi”, be’… Mi sono dovuta fermare a riflettere, di più.

Perché quando si parla di accoglienza si tende a idealizzare il concetto. Invece è una cosa talmente concreta, positiva e ricca che mi viene voglia di allargare le braccia e dire: «Venite qui, qui non morirete, per lo meno. Venite tutti». E subito dopo mi viene voglia di invitarli a cucinare e a suonare, solo per stare insieme, per parlare, per condividerci.

Perché ora ci sono loro, là, in Africa, a morire. Domani possiamo esserci noi. Dove sta la differenza tra “noi” e “loro”?

Quei sorrisi che non smettono di manifestarsi, come per dimostrare che la vita gli ha dato una seconda possibilità. Quei sorrisi che si spengono, a volte, quando si immergono nella loro musica e non vogliono più parlare. Perché loro hanno lasciato tutto. Hanno lasciato tutti. Ragazzi di 20 anni che lasciano tutto, che subiscono tutto, per la vita.

Quella forza che li rende così straordinariamente normali, così umani, così vicini al raggiungimento del loro sogno: stare in un posto dove non si rischia la vita.

NYHQ2011-0412Parliamo con loro, almeno 5 minuti. Basterà. Basta poco per capire che il loro bisogno di accoglienza è pari al nostro bisogno di capire. Ci siamo abituati fin troppo ai nostri privilegi, da non accorgerci che questi privilegi non sono solo “nostri”. Il privilegio della vita, per lo meno, è di tutti: o forse qualcuno pensa di averne più diritto di altri? Perché è nato qui e non lì?

E quindi grazie. Alla mia amica che mi ha aperto un altro mondo, a chi con loro e per loro lavora quotidianamente al meglio, a chi è in grado di stabilire un contatto. Grazie a quel dio, qualunque sia, che ha consentito a quei ragazzi di non morire né in Libia né per mare, per far sì che approdassero qui vicino a casa mia. Grazie a loro, per tutto il coraggio e la voglia di vivere che hanno (nonostante) e per la gentilezza con cui hanno accolto me.

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9 pensieri riguardo “E un giorno, per caso, i profughi della Libia

  1. La mia “cattiveria” fa rima solo con opportunismo. Ognuno dovrebbe appunto fare ciò che è più opportuno per sè stesso (che è poi ciò che fanno gli immigrati!).
    Almeno io la penso così, tuttavia mi tocca pagare lo stesso sia in termini di tasse, sia in termini di disservizi causati anche dal fatto che gli stessi servizi devono servire anche chi non ha mai contribuito (sanità pubblica, ecc).
    Il resto sono solo illusioni di chi può *permettersi* di farsele.

    1. Forse per me è opportuno proprio ciò che fa bene alle persone che mi sono accanto, tutte, perché è in una società così che vorrei vivere. Poi, le tasse dobbiamo pagarle tutti, ovvio. E i primi evasori fiscali, purtroppo, non sono i migranti…

  2. Bello, davvero.
    Io vivo circondata da giuristi – gente che dovrebbe difendere i diritti per lavoro, se non per vocazione – eppure sento quasi esclusivamente frasi di esclusione e di sospetto. Grazie per le tue parole semplici e vere.

  3. Sono due anni che ‘lavoro’ come volontaria per insegnare italiano ai richiedenti asilo, come sai… La ricchezza che mi ha portato questa esperienza è inenarrabile, veramente. Quindi concordo in toto, al di là delle prese di posizione di chi parla senza aver sperimentato prima quanta umanità c’è nell’accoglienza e senza riflettere sul fatto che, appunto, domani (come ieri) potremmo essere noi!

  4. Si parla spesso a vanvera e la cattiveria fa rima con ignoranza (o opportunismo). Ma spesso si parla contro i migranti come ritorsione per altri soprusi che si subiscono, un bersaglio di sfogo insomma. In bocca al lupo con il tuo impegnativo progetto.

E tu che ne pensi? :)

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