Non esistono lavori nobili, solo lavori pagati

Nel mio cammino verso l’uscita dal tunnel dell’editoria, mi è capitato spesso di imbattermi in “colleghi precari” che facevano della propria “passione” per il lavoro editoriale il passaporto per la libera espressione di lamentele sulla propria condizione.

2549672390_7c7dbd415a_nAmmetto che, nel vortice del letame che travolge chiunque sia precario in questo mondo (redattori, giornalisti, grafici, correttori bozze), anche io mi sono spesso mangiata il fegato: «Non puoi sfruttare la mia passione per i tuoi sporchi fini aziendali annullando la mia dignità di lavoratore, siamo maltrattati e l’editoria fa pena, dobbiamo farci sentire».

Assolutamente vero e condivisibile. È importante fare emergere questo letame combatterlo, bonificarlo.

Ma non possiamo farlo in nome della passione. Non possiamo elevarci ad angeli della cultura, che per passione dei libri ci pieghiamo alle peggiori condizioni contrattuali o non contrattuali e poi ci lamentiamo. Non è solo la passione che ci guida, altrimenti, se fosse per quello, gli editori si sentirebbero in diritto di trattarci a pesci in faccia. E così fanno, infatti.

È lavoro. Tradurre, fare editing, correggere bozze non è un lavoro diverso dagli altri: accettiamolo! Non sentiamoci chiamati da una chissà quale vocazione, scendiamo con i piedi per terra e accettiamo di fare un lavoro che di nobile non ha niente nel momento in cui non viene valutato economicamente.

Piuttosto che lamentarci col mondo, potremmo iniziare a cercare il supporto di chi precario non lo è e fa finta di niente, in azienda, in redazione, in ufficio: quel nostro collega che, a differenza nostra, ha ferie pagate e un mensile sicuro. Lui sa bene quanto noi l’ingiustizia che è in atto, ma è comodo e fa comodo all’azienda che stia zitto. Forse non ha capito che domani sarà al nostro posto, ma se siamo fortunati noi non ci staremo più.

Finché stiamo nella rocca di coloro che fanno un “lavoro speciale” non potremo mai combattere ciò che ci fa contorcere lo stomaco. Finché accettiamo (seppur lamentandoci) lavori di sfruttamento al limite del legale l’editoria non cambierà mai. E le lamentele fine a se stesse, alla fine, non si sentono nemmeno più. Diventano un rumore di sottofondo inutile e molesto. Soprattutto oggi, visto che tutti i lavori si sono “precarizzati”.

Quasi tutti fanno un lavoro che è speciale: i medici, gli insegnanti, gli operai, gli spazzini, i fruttivendoli, gli impiegati e le colf. Non siamo migliori solo perché lavoriamo con la “cultura”. Può essere un lavoro speciale per noi e per chi ne riconosce il valore, ma non è un “assoluto”, non possiamo pretendere di essere ascoltati se ci lamentiamo delle scelte che noi stessi abbiamo fatto. Il problema è molto più grande e non riguarda le nostre “passioni”.

Ora, non fraintendetemi, sicuramente è giusto farsi sentire, fare sentire le ragioni in quanto lavoratori, gridare al mondo le ingiustizie quotidiane e fare di tutto perché si smuova questo carrozzone medievale editoriale italiano. Per cui gridiamo forte, ma facciamolo con i piedi stra-piantati a terra: siamo lavoratori, niente di più e, soprattutto, niente di meno.

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11 pensieri riguardo “Non esistono lavori nobili, solo lavori pagati

  1. Ciao Bia! Ti seguo da un bel po’ ma solo ora ti scrivo avendo creato il mio blog ( dedicato alla letteratura ). Sono Julie e sono al terzo anno di università. Cosa ho scelto? Lettere Moderne… ho fatto il liceo classico. Vivo al Sud Italia, seppur in una bellissima città, ma sarò destinata alla disoccupazione infinita? Ho iniziato a dare ripetizioni e spero di frequentare un corso per guida turistica… Voglio avere fiducia nel futuro, dopotutto la felicità è nelle piccole cose 😉 Passa dal mio angolino se ti va! Entrambi i tuoi blog sono bellissimi!

    1. julie! che piacere il tuo messaggio, ti seguiro’ di sicuro, complimenti per le scelte che stai facendo, non perdere mai la fiducia! il futuro in fobdo ce lo costruiamo giorno dopo giorno 🙂 un abbraccione e grazie di tutto! :* :* :*

  2. Un mio carissimo amico lavora in una casa editrice, con contratti a termine e uno stipendio ridicolo con cui non potrebbe arrivare a fine mese nemmeno un santone stilita che si nutre di muschi e licheni.
    Preciso che si occupa soprattutto di fatture e archivio, non dei massimi sistemi della letteratura, ma si atteggia come se lui fosse quello “duro e puro” che lavora per passione e tutti gli altri dei poveri mentecatti che si sono venduti l’anima.
    Peccato che lui a trent’anni si faccia ancora pagare l’affitto dai suoi genitori e che, sempre grazie alla generosa parentela, non si sia mai privato né delle vacanze all’estero né di concerti con biglietti da cento euro.
    Altri amici del nostro giro, che hanno la sua stessa laurea in Comunicazione Mediale, hanno completamente cambiato settore. Lui non perde occasione per farci capire che si sente superiore, ma per me c’è più poesia nella dignità di volersi mantenere da soli che in tutta la sua spocchia pseudointellettuale.
    Il mio settore è completamente diverso, ma è semplicemente un altro possibile inferno: sono avvocato e tra tutti gli amici che hanno iniziato la pratica insieme a me, soltanto in due eravamo pagati dallo studio dove lavoravamo. Al momento la mia situazione è al limite – in un compromesso tra passione e dignità posso ancora accettare le condizioni che mi si offrono – ma troppi miei colleghi sono soltanto sfruttati.
    Scusa il papiro, ma l’argomento mi sta molto a cuore.
    In bocca al lupo per tutto!!
    Sil

    1. Grazie mille Silvia per il messaggio, ben vengano i papiri in questo caso 🙂
      Io credo che ognuno abbia il suo punto limite… per alcuni scatta a 30, per altri a 35, per altri ancora a 50 anni… ma il tappo prima o poi “salta”, anche a chi si atteggia superiore (e forse lo fa proprio perché se la racconta!) 😉

      1. Questo potrebbe essere vero… però queste persone non si rendono conto che sono proprio loro a rendere la vita impossibile ai loro pari. Perché se io accetto 500 euro al mese tanto mi mantengono i miei genitori, alimento un sistema che mantiene in vita gli sfruttatori.
        Ed è buffo, perché “sistema” è la loro parola preferita (cito: se rinunci ai tuoi sogni fai vincere il sistema, ti sei piegato al sistema, ecc).
        Penso al mio settore, se tutti i praticanti avvocato si rifiutassero di lavorare gratis, gli studi si troverebbero senza forza-lavoro e forse inizierebbero a offrire condizioni dignitose.
        Certo, è pura utopia…
        Un abbraccio, a presto!! 🙂

  3. Chiedo per ignoranza: come mai il mondo dell’editoria è più “infernale” di altri?
    Forse il contratto nazionale è più permissivo (per l’imprenditore)?
    Cioè, alla fine la legge della domanda/offerta dovrebbe essere la stessa, se non esistono eventuali scappatoie legali specifiche di quel settore…

      1. Ma il lavoro nero può di fatto esistere in tutti i campi!
        Tuttavia nel metalmeccanico (x es) preferiscono assumere come co.co.pro o simili (se non altro per mettersi in regola con la legge) mentre nell’editoria gli imprenditori preferiscono rischiare di trovarsi davanti i carabinieri.
        Basta che uno cada dalle scale e l’imprenditore è rovinato!
        Visto che Berlusconi ha creato dei contratti che praticamente regolarizzano ciò che prima era il lavoro nero, come fanno gli imprenditori ad essere così imbecilli da non approfittarne?
        Secondo me la lotta migliore sarebbe ,APPENA FINITO il periodo di lavoro, denunciare l’imprenditore che c’ha fatto lavorare in nero.

E tu che ne pensi? :)

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