Che cosa significa essere precari a 30-40 anni?

Si parla tanto di precariato giovanile, quello dei neodiplomati o dei neolaureati. E in effetti credo che sia l’indice dello stato di salute del paese: pessimo, con un piede nella fossa. Ma se è vero che i giovani precari rappresentano un problema grave, che cosa dire di coloro che giovanissimi non lo sono più? Come vivono i precari dai 30 ai 40 anni? (ma potrei anche inserire quelli di 50 e 60, perché ci sono).

Sono ibridi. Non sono più considerati neo-qualcosa. Non sono nemmeno i nuovi disoccupati, perché magari … CONTINUA QUI… 

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28 pensieri riguardo “Che cosa significa essere precari a 30-40 anni?

  1. Ciao Bia, ero io, a commentare il 4 dicembre, non mi chiedere perché, ma al posto del mio profilo è venuto fuori il nome “Anonimo”, mi sa che devo aver combinato qualcosa… ancora non mi è del tutto chiaro il funzionamento del blog! 🙂 Comunque incredibile, anche a me gli amici si rivolgono apostrofandomi: “Hai tanto tempo libero, perché non ne approfitti per fare un figlio?”! Mi sembra assurdo, nel 2013, relegare ancora il ruolo di donna a quello di madre o peggio casalinga… non che avere un “cucciolo” di cui occuparsi sia una brutta cosa, anzi, ma penso che si debba mettere al mondo un bambino per ragioni diverse, non di certo come riempitivo per un vuoto che si è creato dentro, per una non-soddisfazione professionale… mi pare molto egoistico e poco costruttivo, cosa ne pensi? Inoltre mi sento piuttosto incompresa, non capisco come facciano, le persone che dicono di volerti bene, a giudicarti in base al fatto che “hai molto tempo libero”… in primis, non è stato per scelta, secondo posso ben comprendere che chi lavora a tempo pieno possa aspirare ad avere più libertà per organizzare la propria vita privata, ma è diverso, ritrovarsi a casa tutta la giornata senza un “vero” scopo (in realtà c’è sempre da fare), senza avere un ruolo nella società (non siamo più negli anni ’60 in cui fare la madre e la casalinga era tipico per le donne), senza la soddisfazione che può dare svolgere bene un impiego e veder riconosciuti i propri sforzi a fine mese, con una retribuzione…, a volte con un senso di inutilità totale, non è una bella cosa… non siamo in vacanza, non siamo delle mantenute, almeno per quanto mi riguarda mi risulta molto pesante dover dipendere economicamente dagli altri… ed è triste, che chi dici di volerti bene, in fondo non ti capisce affatto.

    1. Ciao cara Patony 🙂
      chi ci dice quelle cose a volte lo fa solo per cercare di aiutarci a trovare una soluzione, sbagliando. Chi ci vuole bene davvero lo capisce… Ma la condizione di disequilibrio che siamo comunque costrette a sopportare è troppo destabilizzante per pensare che esista davvero una soluzione (che non sia un lavoro retribuito almeno!). Che dire, teniamo duro…
      E grazie mille per i tuoi commenti che gettano ulteriore luce su questa situazione 🙂

      1. Tra l’altro, capita anche a voi di trovarvi di fronte a questionari da compilare o impiegati che ti chiedono i dati, e alla voce “occupazione” non saper cosa rispondere? Su questo punto la burocrazia è indietrissimo: mettono la scelta tra disoccupato/pensionato/casalinga/lavoratore dipendente / lavoratore autonomo (che poi si scopre voler dire “imprenditore” con partita iva). E il lavoro parasubordinato? E le prestazioni autonome sì, ma occasionali? L’ultimo questionario che mi hanno sottoposto era per aprire un conto corrente, quindi sono informazioni che vanno a finire in banche dati anche con valore legale, non mi andava di rispondere “tanto per”. Bene, primo ostacolo è stata la domanda di cui sopra (ma al posto di “lavoratore autonomo” c’era proprio scritto “imprenditore”). Che metto, disoccupata, casalinga? Ma allora come giustifico i bonifici che qualche santa volta mi arrivano sul conto? Non va bene. Non ricordo come le impiegate (ben due si sono arrovellate sulla questione) abbiano risolto la cosa; ma passiamo alla domanda successiva. “Settore di occupazione”. Una lista in cui non compariva nemmeno una voce che si adattasse ai lavori che svolgo – che tra l’altro sono in settori diversi, oggi come oggi uno si arrangia come può ma anche in questo la burocrazia sembra non capire: uno e uno solo potevi inserire. Insomma, è stato un vero parto :))

        1. Ah! La burocrazia… ci metterà almeno altri 50 anni ad adeguarsi agli standard degli anni ’80, figuriamoci a quelli attuali.
          Certi dubbi vengono anche nella malaugurata circostanza in cui bisogna rinnovare la carta di identità… Una volta feci mettere Free lance. Che non vuol dire nulla o, meglio, vuol dire tutto e niente.
          Ma, spero di stare alla larga dai moduli il più possibile… 🙂

  2. Ciao cara, devo dire che che hai sottolineato molto bene la situazione, ne ho parlato anch’io, con i miei tre articoli sull’attuale mercato del lavoro e sulla disoccupazione femminile in età adulta (non più “neo” laureata o diplomata, come dici tu, non ancora in età pensionabile 🙂 !) E’ molto difficile, per un 30-40enne, non sentirsi più parte di quel mondo soltanto perchè ha superato l’età del contratto di formazione o apprendistato… possedere una qualifica professionale spesso significa avere il “proprio posto” nella società, il vecchio detto “il lavoro nobilita l’uomo” credo sia più che mai veritiero in questo caso… per chi, non avendo figli di cui occuparsi e che diventano il suo microcosmo, si sente obbligato a passare le proprie giornate come casalinga forzata, dopo magari aver ricoperto per molti anni un ruolo di un certo rilievo e a contatto con la gente, la vita perde il valore primario, resta la dignità di persona ma c’è un calo di autostima, e l’isolamento, a chi qualcuno può essere sottoposto, mettono davvero a dura prova lo stato psicofisico del disoccupato.

    1. Esattamente! È proprio la situazioni di un esercito di persone, ed è anche la mia.
      Da “fuori” non è semplice capire i meccanismi mentali e psicologici di questa situazione (anzi, spesso non lo è nemmeno da dentro), tanto che qualcuno suggerisce di “fare un figlio”, come se fosse la soluzione. In realtà è un paradosso. Sarebbe solo un alibi per crearsi, appunto, un microcosmo dove per forza di cose ci si concentra su qualcun altro invece che su di sé e sulla propria condizione.
      Una vera soluzione, che non sia un palliativo, non c’è.

      1. Capita anche a me la storia del “fai un figlio adesso”: di solito rispondo vagamente e sorrido a denti stretti. Ma chi lo dice non si rende conto che 1) avere un figlio dovrebbe essere una scelta ponderata e comunque un atto dovuto all’amore verso il figlio stesso, non un palliativo per se stessi; 2) proprio l’instabilità economica e l’incertezza del futuro rendono difficile prendersi una responsabilità così grande come quella di mettere al mondo (e mantenere, ed educare all’ottimismo e alla fiducia nel futuro) una persona?

  3. ‘Pericolosamente’ vicina ai 30. Condivido in toto, anche perché molte situazioni le si vivono già a meno anni, se hai sempre dovuto provvedere a te stessa e magari vivi in una città che non è la tua, senza supporti familiari. Mi riconosco nel prototipo aggressivo, il solo modo che conosco per non impazzire e darmi ogni volta un senso ed una motivazione… Verissima anche la storia del cinema/pizza e del ‘collega’ con casa e famiglia. E’un quadro dell’orrore, a tutti i livelli! Ciao Biuzza :*

  4. ottimo post, questo. E veritiero, specie perchè riesce a cogliere altri lati (perchè sono tantissimi) dell’avere 30 e più oggi, quello essere né carne né pesce all’interno del mondo lavorativo. Ecco, dici giusto, Bia, quando parli dei sindacati, chi ti scrive, a nome del comitato InseriMenti Lab ha avuto pesci in faccia dai sindacati, che dicevano che per gli atipici erano sprovvisti di copertura (anche se i sindacalisti giovani hanno provato ad accogliere le istante del comitato; è evidente che dall’alto sono stati azzittiti). Vero, è giusto comunicare e aggiornarci. Per non sentirci soli, prima di tutto

    1. Esatto. Perché le istituzioni, il sistema lavoro, gli “occupati con contratto” sono gli unici a trarre vantaggio (consapevoli o meno) dal nostro isolamento.
      Sui sindacati non aggiungo altro, si commentano da soli…

  5. Sottoscrivo in tutto e per tutto questo tuo post. Hai descritto perfettamente le sensazioni che si provano e che solo chi vive o ha vissuto questa situazione può capire. Io mi ritengo ancora tra i più fortunati, da una parte perchè ho una famiglia che mi può sostenere e dall’altra perchè, non trovando contratti nemmeno più temporanei, paradossalmente vivo serena senza più l’angoscia del rinnovo/non rinnovo, farò bene/farò male. Siamo al punto che essere disoccupati – se hai le spalle appena appena coperte – è meglio che essere occupati precari, almeno per la salute!
    Mi sono permessa di segnalare il tuo post al blog del comitato InseriMenti Lab, che cerca di fare informazione e coesione sul tema del lavoro “over 30” (o meglio della sua mancanza): http://inserimentilab.wordpress.com/

    1. Grazie mille cara! Anche se più che informazione io faccio una sorta di “outing” del disoccupato/precario, di tutto quel sommerso che vive proprio come dici tu: paradossalmente è più conveniente non essere occupati che esserlo in modo così incivile e bieco. Pazzesco. Insomma, l’importante è stare a galla e non impazzire 😉
      (e grazie ancora per la segnalazione!)

  6. Indipendentemente dall’età, essere precari non è una bella situazione in cui vivere.
    Ai giovani vengono strappate vie le speranze e con esse anche le possibilità di crescere.
    Ai meno giovani vien tolto oltre al pane (per sé e i suoi cari) anche la voglia di sentirsi utile.
    E a proposito di ciò, mi è venuta in mente questa canzone:

    1. «Solo da indipendente si esiste, si resiste» eh… Non conoscevo questa canzone, molto molto carina! 🙂
      Sì, essere precari è una disgrazia per tutti, ma si parla meno dei “grandi” e volevo dare loro (dare a noi, mi ci metto anche io) un po’ di voce. Fanno (facciamo) meno “notizia” evidentemente…

E tu che ne pensi? :)

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