Le 10 parole da non usare (quasi) mai quando si scrive

matita

Quando si lavora a un articolo o un racconto (o un romanzo, visto che ci sono tanti scrittori in Italia) spesso si utilizzano parole che sono perfette per il linguaggio verbale ma che sonosconsigliate per la carta stampata o per i testi più “ufficiali”. Sono semplici accorgimenti che aiutano a veicolare meglio ciò che si vuole trasmettere al più ampio pubblico possibile.

1. “Cosa”, “cose“: ce lo dicono dalle elementari, «nei temi non utilizzate la parola “cosa”!», perché senza dubbio alcuno è di una banalità disarmante in grado di far impallidire qualsiasi frase, paragrafo e persino capitolo. Basta una sola “cosa” e tutto lo sforzo di comunicazione scritta viene vanificato.

2. “Fare“: idem come sopra. La lingua italiana, d’altra parte, ha una ricchezza di vocaboli eccezionale e basta davvero poco per utilizzare verbi più pertinenti al contesto. (Questo vale per tutti i verbi o i sostantivi o gli aggettivi più comuni: il dizionario dei sinonimi può fare miracoli).

3. Tutti gli avverbi che finiscono in -mente: so che vi sembra di mettere enfasi e di completare la descrizione della qualsivoglia, quando si utilizzano gli avverbi, ma non è così. In verità ogni verbo accompagnato dal caro avverbio risulta mortificato (poverino) quando invece è l’avverbio ad essere inutile. Ogni avverbio può essere decapitato per diventare un aggettivo oppure si può sconvolgere l’intera frase per dire in modo più efficace lo stesso concetto. (Esempio: «Camminava velocemente e distrattamente» —-> «La sua camminata era veloce e la sua mente distratta», poi dipende da cosa volete dire).

4. “Molto“: è abusato e 8 volte su 10 è eliminabile senza problemi. Stessa cosa vale per i superlativi assoluti (se una persona corre veloce non serve dire che va velocissimo: quale è la differenza? In base a che parametri?)

5.  “Eccetera“: no no, bisogna specificare sempre ciò a cui ci si riferisce e, se proprio è scontato, fare dei rimandi. (Esempio: «C’erano la zia, lo zio, il cugino, il suocero, la suocera eccetera» —-> «C’erano tutti i suoi parenti, anche quelli acquisiti»).

6. I modi di dire del momento: quando lavoravo ci sono stati dei momenti in cui potevo avere una crisi di nervi nel leggere “senza soluzione di continuità”. È un esempio di come il parlato influisca sullo scritto senza avere alcun senso, perché se questa frase significa «in modo continuativo» o «senza interruzione» allora va scritto papale papale. Tanto più che è stata talmente abusata da rientrare in ambiti assurdi e, sebbene sia nata nel linguaggio medico/scientifico e aulico, oggi è solo ridicola. Stesso dicasi per “come non ci fosse un domani” (ma de che?) o per altre parole di uso corrente.

7. “Io“: vista la ricchezza della lingua italiana e le declinazioni dei verbi che ci permettono di distinguere sempre il pronome a cui si riferiscono, è inutile specificarlo nella maggior parte dei casi e a maggior ragione se il pronome in questione è “io”. Si sa, è evidente. E usarlo è anche antipatico. Io io io io io, io che?

8. “Perché“: non è una brutta parola, tutt’altro, ma se nel linguaggio parlato la usiamo con noncuranza, in quello scritto a volte è possibile toglierla per diventare ancora più specifici e, quindi, interessanti. Se non stiamo scrivendo un testo didascalico, soprattutto. Ci sono anche in questo caso molte congiunzioni subordinanti più idonee a un testo, soprattutto nel caso dei racconti e della narrativa. (Esempio: «Giulia non andava a trovare la madre, perché abitava distante» —-> «Abitavano a 150 chilometri di distanza e Giulia non andava spesso a trovarla», in questo caso non serve nulla).

9. “Abbastanza” (o “un po’“): indica qualcosa di indefinito a seconda di come viene usato. Visto che l’obiettivo è essere più specifici possibili, è meglio eliminarlo e cercare di descrivere meglio ciò di cui si sta parlando. (Esempi: «Non era abbastanza forte per sollevare 10 chili» —-> «Non aveva ancora recuperato tutte le forze e sollevare 10 chili risultava un’impresa difficile», «Non mangiava da giorni, era debole e non riuscì a sollevare lo zaino di 10 chili», dipende da cosa si sta descrivendo ovviamente; «Sta abbastanza bene» va bene nel parlato o nei dialoghi, ma in uno scritto no, c’è una miriade di modi per descrivere lo stato di una persona).

10. “Filosofia“: sarà che sono di parte, ma ogni volta che leggo «la mia filosofia» o «la filosofia aziendale e del prodotto» mi viene un malore al cuore. È difficile definire il significato di “filosofia” anche per me (e mi ci sono laureata), ma di sicuro riguarda una ricerca intellettuale (o un sistema) razionale sull’uomo e sul mondo. Nell’uso corrente il termine può riferirsi anche a dei princìpi che ispirano una determinata azione o ricerca in ambito aziendale (o personale), ma ritengo che la maggior parte delle volte sia utilizzato in modo inappropriato, come per darsi un tono. Filo-sophia è originariamente l’amore per per il sapere e persino Socrate sapeva di non sapere…

Per chi è interessato ai suggerimenti sui comunicati stampa vi rimando qui: “Come fare un buon comunicato stampa

POSTATO IN EDITORIA PRECARIA

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29 pensieri riguardo “Le 10 parole da non usare (quasi) mai quando si scrive

        1. Ma sì ci mancherebbe! Scrivere un blog, soprattutto se è personale o comunque non “tecnico”, ha tutt’altre “regole” o, meglio, “non regole”. Ed è questo il bello 😉

    1. Castrante?! davero davero?
      be’, forse mi sono dimenticata di dire che ogni regola si basa sempre sul buon senso… è che davvero quando lavoravo ne leggevo di ogni! 😀
      E grazie 🙂

      1. Hai ragione nel parlare di buon senso. Le regole che hai dato sono validissime e anzi ce ne sono molte altre che hai, credo volutamente taciuto per evitare di esser noiosa (parlo delle d eufoniche tanto per dire la prima che mi passa per la mente).
        E’ che per quanto comprenda che queste liste sono fondamentali penso anche che siano castranti perchè il buon senso è una parola si vuota. Mi spiego meglio. Dove finisce il buon senso tuo rispetto al mio?
        Nell’esempio dell’uso della parola “Cosa” o del verbo “fare” quando si può usare e quando no?
        Le liste (non le tue) quelle che si usa fare, inibiscono. Uno le legge e si sforza di eliminare tutto o peggio le rifiuta e non toglie nulla.
        Esistono degli stili questo è certo.
        Ognuno ha il suo e non esiste di sicuro nessuno scrittore simile a un altro e chi ci prova a esserlo fallisce.
        La mia idea è che la scrittura per quanto si possa insegnare (e si può!!!) se non ce l’hai dentro non esprimerà mai niente se non collegata con un cuore pulsante o una mente che ha qualcosa da dire.
        Vabbè scusa lo sproloquio
        molto bello qua comunque..
        davvero

        1. ti ringrazio e qui sono bene accetti anche gli sproloqui, ma il tuo non lo era anzi.
          È così, le liste limitano, ma sono facili da leggere sul web e danno indicazioni che poi ognuno può approfondire a suo piacimento.
          Diciamo che per certe cose io sarei categorica, l’editing di un testo è essenzialmente tecnica e io sono abbastanza hitleriana per certe cose. Quello che assolutamente non si può “regolare” però è, come dici tu, il cuore pulsante e quello lo si riconosce sempre, anche e soprattutto al di là della tecnica. Adoro vedere i cuori pulsanti tra le righe 😉

          (ah, la “d” eufonica, che odio, non l’ho inserita perché non è propriamente una parola, ma giuro che ci ho pensato eccome! Mi sa che un giorno farò un post a riguardo 😉 )

          Ecco, sproloquio mio: fatto! 😛

  1. Dio mio io le uso praticamente tutte, e spesso nello stesso racconto….in sostanza è preferibile che io smetta di scrivere 😦 Bia mi hai aperto e chiuso un mondo..AIUTO!!!!!!! Fino a questa sera mi sentivo un quasi scrittore promettente, ora è crollato tutto definitivamente, totalmente e non solo apparentemente, ma sostanzialmente finito. Arrivederci scrittori crudeli!

E tu che ne pensi? :)

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